Post di Gricelys Rosario
Per leggere l’intervista in inglese clicca qui: Talking with Reena Tiwari: the symbolism of architecture should be social
Reena Tiwari, designer urbana, teorica di strategie di sviluppo delle città e docente presso l’University of Technology di Perth, è stata una dei protagonisti della conferenza tenutasi a Torino il 16 aprile nell’ambito di Biennale Democrazia, organizzata dalla Fondazione OAT. Oltre alla docente di origine indiana, hanno preso parte alla discussione, guidata dall’Arch. Riccardo Balbo, Mario Cucinella e Riccardo Vannucci, che hanno presentato profili ed esperienze diverse. In particolare, Reena Tiwari ha portato la sua esperienza diretta, derivata dai progetti condotti nel suo paese natale, l’India, realizzati con gli studenti dell’Università di Perth e con l’architetto VB Doshi, anch’egli indiano.

© Jana Sebestova, photo courtesy of Fondazione OAT
In quest’intervista Reena Tiwari illustra il suo punto di vista sull’impatto che le migrazioni hanno sull’architettura contemporanea e sul rapporto tra architettura e democrazia.
I suoi studi sono focalizzati sulla condizione degli slum indiani, quei bassifondi in cui vive circa il 60% della popolazione e dai quali deriva il 94% dell’economia del paese: nonostante la loro forte incisione quantitativa, queste aree non sono contemplate nei piani di regolamentazione. La sua esperienza progettuale in India è stata fortemente incentrata sul coinvolgimento sociale: il primo step è consistito nello stabilire relazioni con la comunità, calandosi idealmente e praticamente al suo interno, studiando gli usi ed esigenze. La partecipazione sociale è stato un elemento fondamentale anche per la realizzazione materiale dei progetti: gli abitanti hanno costruito i loro edifici, innescando un meccanismo di identificazione ed un senso di appartenenza alle nuove costruzioni. I risvolti non sono stati esclusivamente immediati e pratici, ma hanno ricadute a lungo termine, innescando un empowerment sociale a più livelli, oltre che la possibilità per gli abitanti di acquisire competenze specifiche. L’architettura così generata è un prodotto derivato dall’effettiva cooperazione tra architetto e comunità, attuando l’approccio che Reena Tiwari ha denominato PEP: Profile, Educate, Partecipate.
Tiwari riconosce la democrazia quando l’architettura è interattiva e flessibile, quando cioè è in grado di consentire a ciascun fruitore l’attribuzione di un significato proprio e la libera interazione con gli spazi che la costituiscono.
Gricelys Rosario: In termini di opportunità lavorativa, l’attuale situazione giovanile non sembra molto promettente, soprattutto per i giovani architetti che intendono lavorare in Italia. La crisi economica e politica è al centro dei dibattiti e questa situazione è stata tradotta in una generale mancanza di speranza.
Reena Tiwari: Penso che il fatto stesso che siano architetti possa dar loro speranza. Parliamo di una professione che concerne la realizzazione di spazi, abitazioni per le persone, progettazione di diversi tipi di luoghi o edifici. Questo dovrebbe dare molto non sono in termini di soddisfazione per la realizzazione di un oggetto, ma considerando cosa una singola persona può fare per le altre, se lo fa nel modo giusto, e come si possa cominciare a influenzare la produzione sociale di spazi e la promozione di relazioni al loro interno. Ovviamente, avendo un’opportunità del genere, un impegno non ottimale sarebbe uno spreco. Ma se lo si fa nel migliore dei modi, possiamo contribuire notevolmente alla costruzione della società. Alcuni dei problemi, per quanto concerne la marginalizzazione delle classi più basse nelle nostre città, possono essere risolti con delle piccole azioni positive, che nella maggior parte dei casi possono essere portate a termine solo dagli architetti. Possiamo dare un contributo concreto solo se siamo in grado di capire la grande responsabilità che abbiamo sulle nostre spalle e, quindi, prendere decisioni giuste ed oneste.
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