Transmitting Architecture Revisited: in Occasione dell’UIA World Congress 2008

Aggiornamento della Tecnocronologia • 29 Giugno – 3 Luglio 2008. Si tiene a Torino il XXIII Congresso Mondiale Di Architettura UIA, sul tema “Transmitting Architecture”

Marcos Novak
Translation: Norman Gobetti

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WarpMap4D Exploration of the proposition that each new spatial awareness implies a new architecture. Environment created by deeply nested processes of algorithmic artifice: forms are generated from mathematical fields, extruded into higher (but still Euclidean) dimensions, warped into non-Euclidean space and scultped there, interwoven into an archimusical/spatiotemporal polyphony, and prjected back in the space of experience. Interestingly, the greater the depth of artifice employed, the more ‘natural’ the results appear

Transmitting Architecture Revisited
Quando nel 1995 ho scritto Transmitting Architecture: The Transphysical City, l’idea dell’architettura come qualcosa
che poteva essere trasmesso – letteralmente, non solo metaforicamente – era alquanto inaudita. Il saggio sosteneva che la trasmissione dell’architettura doveva essere vista come il prossimo passo nell’evoluzione della trasmissione mediata del significato – da segno, simbolo, testo, suono, immagine e immagine in movimento fino a tutti gli aspetti dell’architettura abitata (spazio, luogo, forma, aspetto, struttura, abitazione, ecosistema urbano e così via) – ma anche come struttura informativa astratta a n-dimensioni, codice (allo)genico e meccanismo per lo sviluppo morfogenico, e che questa trasmissione stessa, con il senso modificato dello spazio che essa implica, doveva essere considerata un problema e un’opportunità squisitamente architettonici. All’epoca, il fatto stesso di far seguire alla parola “trasmettere” la parola “architettura” era pura follia, così come in precedenza l’invenzione formula «architetture liquide». Tuttavia, al pari di “architetture liquide”, si è rivelata un’idea preveggente.

Negli anni intercorsi, col crescere della consapevolezza che fare
questa connessione è necessario – e che è determinante se noi, in quanto architetti o in quanto cittadini, la accogliamo o la ignoriamo – l’influenza di quest’idea ha continuato a crescere, finché ora, tredici anni dopo, viene utilizzata come tema di uno dei più importanti congressi internazionali di architettura organizzato da una delle sue
istituzioni più venerabili, l’UIA (Union Internationale des Architectes) che conta, come ci dice l’onnipresente Wikipedia, “più di un milione di membri in 113 paesi”. Trasmissione compiuta.

Nel 1995 il fatto stesso di far seguire alla parola “trasmettere” la parola “architettura” era pura follia, 13 anni dopo viene utilizzata come tema di uno dei più importanti congressi internazionali di architettura

Da Zero
Nel sottolineare la connessione fra il Congresso Mondiale UIA a Torino e il mio saggio del 1995 il mio interesse non è primariamente storico, quantomeno non in senso stretto. L’argomento del saggio rimane importante ancora oggi, le tesi che sostenevo rimangono forti e valide, molte delle cose di cui parlavo devono ancora dispiegarsi in
tutto il loro potenziale, e molte delle idee che esprimevo avranno bisogno di anni per essere pienamente districate.

Il saggio viene ora ripubblicato in occasione del Congresso Mondiale, e il lettore è incoraggiato a leggerlo così com’è. Nello spirito del saggio originale, la mia preoccupazione è rivolta al futuro e a come possiamo influire su di esso forzando il presente, e intendo cogliere quest’occasione per ridare vitalità al saggio guardando ai decenni
a venire. Cosa si potrebbe aggiungere a ciò che il saggio allora sosteneva?

Il titolo si è dimostrato preveggente. Vale anche la pena sottolineare l’altrettanto preveggente riferimento al futurismo: è significativo che il saggio anticipasse questa connessione e che il Congresso Mondiale UIA si svolga proprio a Torino, la città dove, nel 1910, 98 anni fa, fu lanciato il futurismo.

Il saggio sostiene che viviamo in un periodo di cambiamenti al cui confronto i cambiamenti a cui reagivano i futuristi sembrano avvenuti al rallentatore.

Questo era evidente ben prima del 1995, e oggi è semplicemente
più palese, e dev’essere preso ancora più sul serio. È nella natura del cambiamento esponenziale il fatto che tendiamo sempre a sottovalutarlo. Ed è un temibile errore. L’ottimismo dei futuristi fu seguito dalle due guerre mondiali che neppure loro avevano previsto. Il surriscaldamento globale è l’avvisaglia globale che, se al cospetto
di un cambiamento esponenziale noi estrapoliamo in modo lineare, attendiamo troppo a lungo e reagiamo troppo debolmente.

Questo era vero cent’anni fa ed è ancora più vero adesso. Come affermava Marinetti (che il saggio cita), quando si tratta di anticipare il futuro dobbiamo imparare a diffidare del nostro antiquato pensiero lineare e far progredire la nostra vista: “Qua e là una lampada malata, dietro i vetri di una finestra, ci insegnava a disprezzare la fallace matematica dei nostri occhi perituri”

Il surriscaldamento globale è l’avvisaglia globale che, se al cospetto di un cambiamento esponenziale noi estrapoliamo in modo lineare, attendiamo troppo a lungo e reagiamo troppo debolmente

Zero Adesso
Spesso nella storia, non così lineare, della cultura, una soluzione è stata architettata prima che un problema venisse riconosciuto. Quando il saggio è stato scritto, il contesto più facilmente comprensibile per ‘Transmitting Architecture’ era quello della telepresenza e dell’abitazione di ambienti virtuali. All’epoca, la virtualità era intrigante, come continuerà ad essere ancora per molto tempo a venire. Adesso che sono sempre più evidenti sia la globalizzazione sia il surriscaldamento globale (i due
lati della medesima grande moneta), e siamo alle prese con il calcolo dell’impronta ecologica del carbonio utilizzato per l’industria, per i trasporti e per tutto il resto, ‘transmitting architecture’ è diventato un imperativo globale che richiede una risposta architettonica globale.

Nuovi Passi
Com’è cambiato il mondo nei tredici anni trascorsi fra la data di pubblicazione originale di ‘Transmitting Architecture’ nel 1995 e il Congresso Mondiale UIA nel 2008? Per trovare una risposta possiamo guardare al limite più alto, lo stato globale della nostra conoscenza,
oppure a quello più basso, la nostra esperienza quotidiana globale, oppure al ponte fra le due, le nostre basi tecnologiche globali. Le conclusioni sono significativamente coerenti.

Nel 1995 il World Wide Web era ancora una novità, mentre adesso è l’impalcatura e la mappa di praticamente tutte le nostre imprese. Il GPS (sistema di posizionamento globale) era ancora agli albori, mentre adesso è pervasivo. Il Progetto Genoma Umano era agli esordi, non al compimento. L’fMRI (imagining con risonanza magnetica funzionale) non ci aveva ancora permesso di mappare il funzionamento del nostro cervello. Su Marte non c’erano rover, in orbita intorno a Saturno non c’erano sonde Cassini-Hyugens. Non esistevano Google, Wikipedia, YouTube né alcuna rete sociale veramente estesa, non c’erano mercati dominanti per media scaricabili da internet, e neppure mondi online. Non era ancora avvenuta alcuna rivoluzione nella fabbricazione controllata dai computer, non c’era stato nessun simposio o mostra di transarchitetture, nessun ArchiLab, nessun evento di architettura non standard. I computer con cui ci connettiamo a qualunque cosa non stavano ancora nel palmo di una mano. I telefoni non avevano moduli GPS, acceleratori grafici in 3D, accelerometri, macchine fotografiche e videocamere. La dispersione dell’abitare in materia a grana fine era una possibilità teorica, non un fatto vissuto. Adesso tutto questo è all’ordine del giorno.

Nello stesso tempo, mentre l’informazione mondiale è più interconnessa di quanto sia mai stata in precedenza, noi siamo più disconnessi, divisi dall’alienazione, dalla paura e dal terrore. Anche questi antichi avversari hanno fatto progressi nell’uso della trasmissione: amici e nemici trasmettono i propri messaggi sulle stesse reti, adottano strategie simili, tecniche di asimmetria, dispersione e indirizzamento indiretto. In ogni istante veicoli aerei senza pilota, robot da guerra e armi intelligenti trasmettono, ricevono e coordinano informazioni aggiornate sullo spazio in cui si trovano. Purtroppo sono molto più efficaci nella propria intercomunicazione di molte delle reti di cui disponiamo per affrontare le epidemie, le catastrofi, l’oppressione, la povertà e la fame.

Come mi ha detto una volta Paul Virilio, io sono un ottimista. Credo che al cospetto di problemi innegabili l’ottimismo creativo sia una responsabilità etica. Quelli di noi che godono dei doni della libertà e del talento devo sforzarsi da passare dalle critiche e dalle lamentele
alle affermazioni e alle proposte su come migliorare il mondo.

Quelli di noi che godono dei doni della libertà e del talento devo sforzarsi da passare dalle critiche e dalle lamentele alle affermazioni e alle proposte su come migliorare il mondo

Nel preparare questo breve aggiornamento del saggio, ho passato in rassegna tutti i premi Nobel assegnati fra il 1995 e il 2008, nonché molti altri simili ‘registri epistemologici’.

Per cominciare, nel 1995 il premio Nobel per la medicina andò ai ricercatori sul cui lavoro si basa l’attuale genetica molecolare e dello sviluppo. Nello stesso anno, il 1995, il premio Nobel per la chimica andò ai ricercatori che studiavano il buco nell’ozono in conseguenza
dell’uso dei clorofluorocarburi. Un anno dopo, nel 1996, il premio Nobel per la chimica andò alla scoperta del “buckminsterfullerene”. Anno dopo anno, si individuano con chiarezza ben precisi temi ricorrenti: ambiente e surriscaldamento globale, biologia molecolare e nanotecnologie, biologia dello sviluppo, neurofisiologia e imagining con risonanza magnetica, superconduttività, polimeri e nuovi materiali conduttori, economia della globalizzazione e asimmetria informativa, fisica dei neutrini e big bang.

Questi sono i temi che formano i progressi collettivi nel nostro modo di conoscere il mondo.

La plasticità del mondo adesso ci è più chiara, e stiamo facendo rapidi passi avanti nell’esercitare il nostro controllo su di esso a livelli fondamentali. La portata è tale da togliere il fiato, ma tutto ruota intorno a un principio molto semplice: il nostro controllo sul piccolissimo.

Progettare il piccolissimo significa progettare il molteplice, il che a sua volta richiede un grande sforzo di coordinamento, comunicazione e feedback – in altre parole, i mezzi per trasmettere «architettura», non solo come forma o esito statico, ma soprattutto come principio dinamico e meccanismo attivo a grana fine.

“Transmitting architecture” è un concetto in evoluzione. Nel 1995 veniva inteso come utilizzo di algoritmi artificiali per creare mondi artificiali. Nel 2008 significa fare uso degli algoritmi naturali che già agiscono direttamente sul mondo (la reazione a catena della polimerasi, ad esempio) per realizzare un’architettura più intelligente,
più equilibrata, più flessibile e più robusta. Significa essere
ecosistematici nel padroneggiare processi che già esistono, e scoprire come diventare più efficaci essendo meno energici. Significa trasmettere più richieste di proposte e collaborazione fra pari e meno ultimatum emanati fra diseguali.

Lo sviluppo morfogenetico – i molteplici processi attraverso cui passiamo dall’essere un’unica cellula a divenire un organismo complesso, è ancora l’esempio supremo di ciò a cui dobbiamo arrivare. Il DNA trasmette la nostra architettura – ma non al modo di un messaggio urlato nel vuoto. Un ecosistema interno equilibrato è già presupposto, e il messaggio viene trasmesso attraverso ondate
di gradienti chemiotattili, sequenziati nello spazio e nel tempo come un’organizzazione musicale di qualia – qualità – i cui motivi letteralmente formano i nostri arti e i nostri organi, cervello, mente e pensieri. Dobbiamo imparare a operare in tale modo, sia nelle nostre pratiche che nella nostra comprensione di ciò che il mondo
materiale è in grado di provvedere per noi.

Nel 2008 Transmitting architecture è una lega di messaggio, mente e materia. È un passo verso la costruzione di un continuum transvergente e transmodale a n-dimensioni in grado di assemblarsi e di calibrarsi autonomamente, una forma di vita artificiale che è sia organismo sia ambiente e che si comprende interno ed esterno, reale e virtuale, visibile e invisibile. Io la definisco ‘transvergenza e speciazione’. Friedrich Kiesler l’ha definita ‘correalismo’ e ha parlato di ‘casa infinita’, ma i suoi disegni tracciano chiaramente le connessioni fra mondi interni ed esterni e mostrano che aveva in mente molto più di forme curve alla moda. Ma qualunque nome si
scelga, l’intuizione è la stessa: tutto è connesso, tutto è in
comunicazione, tutto trasmette e tutto riceve, anche quando non ascolta.

al contrario di noi, la natura ha infinite risorse, e infinita pazienza. Noi siamo bambini nel suo parco giochi. Abbiamo molto da imparare

Negli anni intercorsi, col crescere della consapevolezza che fare
questa connessione è necessario – e che è determinante se noi, in quanto architetti o in quanto cittadini, la accogliamo o la ignoriamo – l’influenza di quest’idea ha continuato a crescere, finché ora, tredici anni dopo, viene utilizzata come tema di uno dei più importanti congressi internazionali di architettura organizzato da una delle sue
istituzioni più venerabili, l’UIA (Union Internationale des Architectes) che conta, come ci dice l’onnipresente Wikipedia, “più di un milione di membri in 113 paesi”. Trasmissione compiuta.

Da Zero
Nel sottolineare la connessione fra il Congresso Mondiale UIA a Torino e il mio saggio del 1995 il mio interesse non è primariamente storico, quantomeno non in senso stretto. L’argomento del saggio rimane importante ancora oggi, le tesi che sostenevo rimangono forti e valide, molte delle cose di cui parlavo devono ancora dispiegarsi in
tutto il loro potenziale, e molte delle idee che esprimevo avranno bisogno di anni per essere pienamente districate.

Il saggio viene ora ripubblicato in occasione del Congresso Mondiale, e il lettore è incoraggiato a leggerlo così com’è. Nello spirito del saggio originale, la mia preoccupazione è rivolta al futuro e a come possiamo influire su di esso forzando il presente, e intendo cogliere quest’occasione per ridare vitalità al saggio guardando ai decenni
a venire. Cosa si potrebbe aggiungere a ciò che il saggio allora sosteneva?

Il titolo si è dimostrato preveggente. Vale anche la pena sottolineare l’altrettanto preveggente riferimento al futurismo: è significativo che il saggio anticipasse questa connessione e che il Congresso Mondiale UIA si svolga proprio a Torino, la città dove, nel 1910, 98 anni fa, fu lanciato il futurismo.

Il saggio sostiene che viviamo in un periodo di cambiamenti al cui confronto i cambiamenti a cui reagivano i futuristi sembrano avvenuti al rallentatore.

Questo era evidente ben prima del 1995, e oggi è semplicemente
più palese, e dev’essere preso ancora più sul serio. È nella natura del cambiamento esponenziale il fatto che tendiamo sempre a sottovalutarlo. Ed è un temibile errore. L’ottimismo dei futuristi fu seguito dalle due guerre mondiali che neppure loro avevano previsto. Il surriscaldamento globale è l’avvisaglia globale che, se al cospetto
di un cambiamento esponenziale noi estrapoliamo in modo lineare, attendiamo troppo a lungo e reagiamo troppo debolmente.

Questo era vero cent’anni fa ed è ancora più vero adesso. Come affermava Marinetti (che il saggio cita), quando si tratta di anticipare il futuro dobbiamo imparare a diffidare del nostro antiquato pensiero lineare e far progredire la nostra vista: “Qua e là una lampada malata, dietro i vetri di una finestra, ci insegnava a disprezzare la fallace matematica dei nostri occhi perituri”

Il surriscaldamento globale è l’avvisaglia globale che, se al cospetto
di un cambiamento esponenziale noi estrapoliamo in modo lineare, attendiamo troppo a lungo e reagiamo troppo debolmente

Zero Adesso
Spesso nella storia, non così lineare, della cultura, una soluzione è stata architettata prima che un problema venisse riconosciuto. Quando il saggio è stato scritto, il contesto più facilmente comprensibile per ‘Transmitting Architecture’ era quello della telepresenza e dell’abitazione di ambienti virtuali. All’epoca, la virtualità era intrigante, come continuerà ad essere ancora per molto tempo a venire. Adesso che sono sempre più evidenti sia la globalizzazione sia il surriscaldamento globale (i due
lati della medesima grande moneta), e siamo alle prese con il calcolo dell’impronta ecologica del carbonio utilizzato per l’industria, per i trasporti e per tutto il resto, ‘transmitting architecture’ è diventato un imperativo globale che richiede una risposta architettonica globale.

Nuovi Passi
Com’è cambiato il mondo nei tredici anni trascorsi fra la data di pubblicazione originale di ‘Transmitting Architecture’ nel 1995 e il Congresso Mondiale UIA nel 2008? Per trovare una risposta possiamo guardare al limite più alto, lo stato globale della nostra conoscenza,
oppure a quello più basso, la nostra esperienza quotidiana globale, oppure al ponte fra le due, le nostre basi tecnologiche globali. Le conclusioni sono significativamente coerenti.

Nel 1995 il World Wide Web era ancora una novità, mentre adesso è l’impalcatura e la mappa di praticamente tutte le nostre imprese. Il GPS (sistema di posizionamento globale) era ancora agli albori, mentre adesso è pervasivo. Il Progetto Genoma Umano era agli esordi, non al compimento. L’fMRI (imagining con risonanza magnetica funzionale) non ci aveva ancora permesso di mappare il funzionamento del nostro cervello. Su Marte non c’erano rover, in orbita intorno a Saturno non c’erano sonde Cassini-Hyugens. Non esistevano Google, Wikipedia, YouTube né alcuna rete sociale veramente estesa, non c’erano mercati dominanti per media scaricabili da internet, e neppure mondi online. Non era ancora avvenuta alcuna rivoluzione nella fabbricazione controllata dai computer, non c’era stato nessun simposio o mostra di transarchitetture, nessun ArchiLab, nessun evento di architettura non standard. I computer con cui ci connettiamo a qualunque cosa non stavano ancora nel palmo di una mano. I telefoni non avevano moduli GPS, acceleratori grafici in 3D, accelerometri, macchine fotografiche e videocamere. La dispersione dell’abitare in materia a grana fine era una possibilità teorica, non un fatto vissuto. Adesso tutto questo è all’ordine del giorno.

Nello stesso tempo, mentre l’informazione mondiale è più interconnessa di quanto sia mai stata in precedenza, noi siamo più disconnessi, divisi dall’alienazione, dalla paura e dal terrore. Anche questi antichi avversari hanno fatto progressi nell’uso della trasmissione: amici e nemici trasmettono i propri messaggi sulle stesse reti, adottano strategie simili, tecniche di asimmetria, dispersione e indirizzamento indiretto. In ogni istante veicoli
aerei senza pilota, robot da guerra e armi intelligenti trasmettono,
ricevono e coordinano informazioni aggiornate sullo spazio in cui si trovano. Purtroppo sono molto più efficaci nella propria intercomunicazione di molte delle reti di cui disponiamo per affrontare le epidemie, le catastrofi, l’oppressione, la povertà e la fame.

Come mi ha detto una volta Paul Virilio, io sono un ottimista. Credo che al cospetto di problemi innegabili l’ottimismo creativo sia una responsabilità etica. Quelli di noi che godono dei doni della libertà e del talento devo sforzarsi da passare dalle critiche e dalle lamentele
alle affermazioni e alle proposte su come migliorare il mondo.

Quelli di noi che godono dei doni della libertà e del talento devo sforzarsi da passare dalle critiche e dalle lamentele
alle affermazioni e alle proposte su come migliorare il mondo

Nel preparare questo breve aggiornamento del saggio, ho
passato in rassegna tutti i premi Nobel assegnati fra il
1995 e il 2008, nonché molti altri simili ‘registri epistemologici’.

Per cominciare, nel 1995 il premio Nobel per la medicina andò ai ricercatori sul cui lavoro si basa l’attuale genetica molecolare e dello sviluppo. Nello stesso anno, il 1995, il premio Nobel per la chimica andò ai ricercatori che studiavano il buco nell’ozono in conseguenza
dell’uso dei clorofluorocarburi. Un anno dopo, nel 1996, il premio Nobel per la chimica andò alla scoperta del “buckminsterfullerene”. Anno dopo anno, si individuano con chiarezza ben precisi temi ricorrenti: ambiente e surriscaldamento globale, biologia molecolare e nanotecnologie, biologia dello sviluppo, neurofisiologia e imagining con risonanza magnetica, superconduttività, polimeri e nuovi materiali conduttori, economia della globalizzazione e asimmetria informativa, fisica dei neutrini e big bang.

Questi sono i temi che formano i progressi collettivi nel nostro modo di conoscere il mondo.

La plasticità del mondo adesso ci è più chiara, e stiamo facendo rapidi passi avanti nell’esercitare il nostro controllo su di esso a livelli fondamentali. La portata è tale da togliere il fiato, ma tutto ruota intorno a un principio molto semplice: il nostro controllo sul piccolissimo.

Progettare il piccolissimo significa progettare il molteplice, il che a sua volta richiede un grande sforzo di coordinamento, comunicazione e feedback – in altre parole, i mezzi per trasmettere «architettura», non solo come forma o esito statico, ma soprattutto come principio dinamico e meccanismo attivo a grana fine.

“Transmitting architecture” è un concetto in evoluzione. Nel 1995 veniva inteso come utilizzo di algoritmi artificiali per creare mondi artificiali. Nel 2008 significa fare uso degli algoritmi naturali che già agiscono direttamente sul mondo (la reazione a catena della polimerasi, ad esempio) per realizzare un’architettura più intelligente,
più equilibrata, più flessibile e più robusta. Significa essere
ecosistematici nel padroneggiare processi che già esistono, e scoprire come diventare più efficaci essendo meno energici. Significa trasmettere più richieste di proposte e collaborazione fra pari e meno ultimatum emanati fra diseguali.

Lo sviluppo morfogenetico – i molteplici processi attraverso cui passiamo dall’essere un’unica cellula a divenire un organismo complesso, è ancora l’esempio supremo di ciò a cui dobbiamo arrivare. Il DNA trasmette la nostra architettura – ma non al modo di un messaggio urlato nel vuoto. Un ecosistema interno equilibrato è già presupposto, e il messaggio viene trasmesso attraverso ondate
di gradienti chemiotattili, sequenziati nello spazio e nel tempo come un’organizzazione musicale di qualia – qualità – i cui motivi letteralmente formano i nostri arti e i nostri organi, cervello, mente e pensieri. Dobbiamo imparare a operare in tale modo, sia nelle nostre pratiche che nella nostra comprensione di ciò che il mondo
materiale è in grado di provvedere per noi.

Nel 2008 Transmitting architecture è una lega di messaggio, mente e materia. È un passo verso la costruzione di un continuum transvergente e transmodale a n-dimensioni in grado di assemblarsi e di calibrarsi autonomamente, una forma di vita artificiale che è sia organismo sia ambiente e che si comprende interno ed esterno, reale e virtuale, visibile e invisibile. Io la definisco ‘transvergenza e speciazione’. Friedrich Kiesler l’ha definita ‘correalismo’ e ha parlato di ‘casa infinita’, ma i suoi disegni tracciano chiaramente le connessioni fra mondi interni ed esterni e mostrano che aveva in mente molto più di forme curve alla moda. Ma qualunque nome si
scelga, l’intuizione è la stessa: tutto è connesso, tutto è in
comunicazione, tutto trasmette e tutto riceve, anche quando non ascolta.

al contrario di noi, la natura ha infinite risorse, e infinita pazienza. Noi siamo bambini nel suo parco giochi. Abbiamo molto da imparare

AlloBio, il mio progetto per la Biennale di Venezia del
2004, proponeva un’architettura che non venisse costruita ma crescesse come un organismo. AlloBrain, il mio progetto per la AlloSphere della University of
California, Santa Barbara, consiste in ambienti virtuali creati usando dati fMRI registrati dal mio cervello in azione. Turbulent Topologies, la mia attuale mostra a Istanbul, contiene sia un pezzo trasmesso/fabbricato sia una grande opera di ‘architettura invisibile/scultura invisibile’ creata usando tecnologie di rilevamento dei movimenti che aggiornano mie precedenti lavori presentati a Vienna, Orléans, alla Biennale di Venezia del 2000
e all’installazione al Palazzo delle Papesse a Siena. Non si tratta di progetti separati, ma della metodica costruzione di un’architettura vivente transvergente e trasmissibile.

Poco a poco, tutti i pezzi trovano il proprio posto. Alla fine non c’è nessuna differenza sostanziale fra natura e artificio. Tutta la natura è meccanismo, artificio di un ordine molto alto, e ogni artificio umano è naturale quanto per noi è naturale essere umani. La differenza è
solo di grado: al contrario di noi, la natura ha infinite risorse, e infinita pazienza. Noi siamo bambini nel suo parco giochi. Abbiamo molto da imparare.