Squatter City

Storie abusive di un miliardo di uomini

Robert Neuwirth

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Neuwirth
Rochina down hill ! Rubando corrente electrica | La fogne di Kibera
Photo Robert Neuwirth

Sartaj Jaipuri è diventato un invasore illegale di terra a Bombay nel 1962. Occupò un appezzamento lontano dal centro della città, su una porzione di terreno scosceso e non utilizzato vicino ai binari della Western Railway, in un’area scarsamente sviluppata chiamata Malad.

Era una vita dura, ma almeno era una casa. Sartaj e i suoi compagni costruirono le loro case con bambù e le coprirono con uno strato d’erba. Usavano la giungla come bagno. L’acqua la trasportavano dai rubinetti pubblici vicino alla stazione, che distava circa un chilometro. Battezzarono il loro nuovo insediamento con un nome ammirevolmente chiaro: Squatter Colony.

Gli abitanti mantennero un basso profilo per circa nove anni, prima di arrischiarsi a stabilire delle fondamenta permanenti per le loro case. Quelli che se lo potevano permettere distrussero le loro piattaforme di legno e fango e costruirono una base di mattoni per le loro capanne di bambù. Poi stettero calmi di nuovo per un altro decennio, prima di pagare un impresario per portare le condutture dell’acqua verso delle fontanelle comuni. Dopo pochi anni portarono quelle condotte d’acqua direttamente dentro ciascuna casa. Nel 1989, costruirono finalmente qualcosa di più durevole delle loro casette di bambù. Tirarono giù le strutture e le ricostruirono di cemento armato. Aspettarono altri sette anni per l’ultimo pezzo del puzzle: la corrente elettrica.

Si stima che oggi nel mondo ci siano circa un miliardo di squatter – uno per ogni sei persone sul pianeta. Entro 25 anni, il loro numero sarà salito a 2 miliardi, e un quarto della popolazione del mondo sarà squatter

Oggi un migliaio di famiglie vive nella comunità squatter. Le loro case sono permanenti. La maggior parte ha l’acqua e i bagni interni. Il quartiere di Sartaj è uno stretto vicolo pavimentato da piastrelle e cemento. La sua casa, per quanto occupi un’area minuscola, è pensata per massimizzare lo spazio. Il piano terra funziona come cucina, soggiorno, stanza da letto e bagno. C’è una scala ripida che porta ad un soppalco, usato come dispensa o come letto aggiuntivo, e poi più su all’ultimo piano nel piccolo spazio dove suo figlio più giovane Aasif, passa la notte. Un altro figlio, Aarif, vive alcuni isolati più in basso lungo la collina, in un appartamento al secondo piano, arioso e con molto spazio. Anche lui è uno squatter. «Queste case sono tutte illegali» dice Sartaj “anche dove sei seduto tu adesso è illegale”.

Mumbai, come la metropoli si chiama dal 1996, è la più ricca città dell’India. L’area metropolitana produce il 40 per cento delle entrate fiscali dell’intera nazione. Tuttavia circa metà degli abitanti – più di sei milioni di persone – hanno creato le loro case nello stesso modo in cui ha fatto Sartaj Jaipuri. Hanno costruito per se stessi su terra che non possedevano. Mumbai è una città squatter.
Ogni giorno, circa 200.000 persone abbandonano le loro case nelle zone rurali e si spostano verso le città. Sono quasi un milione e mezzo di persone a settimana, 70 milioni all’anno. La maggior parte trova un lavoro, ma non riesce a trovare una casa. Così si piazzano di nascosto su un pezzo di terreno e costruiscono come squatter.

Si stima che oggi nel mondo ci siano circa un miliardo di squatter – uno per ogni sei persone sul pianeta. Entro 25 anni, il loro numero sarà salito a 2 miliardi, e un quarto della popolazione del mondo sarà squatter.

Hanno poco denaro, così le loro comunità sorgono in modo un po’ rozzo: impastano terriccio e acqua e poi dispongono questo fango su uno strato di sterpi, brandelli vari, carta e cartone. Ma non sottovatutate il loro sviluppo: gli squatter stanno costruendo le città di domani.

Nairobi è una città squatter. Kibera, la più grande comunità di capanne di fango della città, che accoglie forse un milione di persone, è un mare di case di terra e pezzetti di legno che sorgono da strade primitive, piene di pozzanghere di fango e senza acqua, elettricità, fognature o misure sanitarie. Ogni struttura in Kibera è divisa in stanzette di tre metri per tre, circa dieci metri quadrati, la cui unica aria arriva dalla porta di ingresso o talvolta da una piccola finestra.

Hanno poco denaro, così le loro comunità sorgono in modo un po’ rozzo: impastano terriccio e acqua e poi dispongono questo fango su uno strato di sterpi, brandelli vari, carta e cartone. Ma non sottovatutate il loro sviluppo: gli squatter stanno costruendo le città di domani

Nicodemus Mutemi venne a Kibera nel 1996. La famiglia Mutemi coltiva mais e miglio su un piccolo appezzamento nelle aride colline del distretto Mwingi, in Kenya, ad un’ora di cammino dal villaggio più vicino. La terra è secca e far crescere raccolti sulla terra crepata dalla siccità è una lotta. Il problema, dice, è economico: si può coltivare a sufficienza per nutrirsi, ma non per averne una fonte di sostentamento.

La sua stanza a Kibera, scherza Nicodemus, era autosufficiente, intendendo che per la sua famiglia una stanza faceva per tutte: soggiorno, sala da pranzo, cucina, bagno, studio, stanza da letto e persino, a seconda di quanto sicuro fosse uscire dopo il tramonto, toilette provvisoria.

Le baraccopoli di Nairobi più nuove sono costruite con fogli ondulati di lamiera cementati su sottili fondamenta di calcestruzzo. Un rivestimento di lamiera può sembrare più duraturo e protettivo del fango, e certamente ha un apparenza più pulita. Ma il fango è di gran lunga meglio del metallo. All’equatore è il sole che domina il mondo, e il fango, denso e opaco, impedisce alla luce e al calore di penetrare all’interno della stanza. Di sera, il fango ripara dall’aria fredda. Il metallo, al contrario, è un isolante scadente ed un buon conduttore, e così le baracche fatte di lamiera zincata sono soffocanti di giorno e gelano le ossa di notte.

La lamiera stampata è naturalmente meno costosa del fango: fare dei muri con fogli di metallo prende molto meno tempo e lavoro che costruire una solida capanna di fango. Così, purtroppo, i moderni squatter vivono in numero sempre maggiore dentro meno desiderabili strutture di lamiera.
Anche Rio de Janeiro è una città squatter, ma è andata molto oltre il fango e la lamiera. Jose Geraldo Moreira, conosciuto come Zezinho, è venuto a Rocinha, la più grande favela di Rio, da bambino. Era più di trent’anni fa. Allora, non c’era acqua né elettricità. La gente rubava l’energia elettrica collegando lunghi tratti di filo tra un albero e l’altro e sottraendo la corrente da pali isolati. Portavano l’acqua sulla collina in secchi e carriole, e ogni tanto sulla schiena di un asino.

Oggi, la baracca di legno di Zezinho è diventata una casa a tre piani di mattoni e cemento. Ce ne sono 30.000 come quella di Zezinho in Rocinha. Molte mostrano facciate lucenti di piastrelle o fantastiche balaustre moresche oppure balconi spaziosi, affacciati sulle onde infinite che si frangono sulla spiaggia lontana, più in basso. L’acqua e l’elettricità sono arrivate in questa città fuorilegge, ed anche il commercio. Oggi Rocinha è un villaggio squatter forte di 150.000 persone – il più grande a Rio de Janeiro. Come Zezinho, la maggior parte dei residenti di Rocinha occupa la propria postazione sulla collina tra i ricchi quartieri di Gávea e São Conrado con la fiducia di una moderna città rinascimentale che si è generata da sola.

Rashì, talmudista ebraico medievale, proclamò che esistere (o ciò che significa esistere come uomini – compiere delle azioni, procurarsi da vivere, fare delle cose in questo mondo, anche le più banali) significa prima di tutto avere una collocazione, una posizione, una base di operazioni. Ad un enorme numero di uomini nel mondo è stato negato questo diritto. Così questi uomini si sono impadroniti di un po’ di terra ed hanno costruito per sé stessi. Con materiali di fortuna, stanno costruendo un futuro in una società che li ha sempre visti come gente senza futuro. In questo modo molto concreto, stanno affermando la loro stessa esistenza.