La visione di Rifkin

martedì, settembre 30, 2008 10:21

“Siamo al tramonto di una grande era energetica”

rifkin

L’intervista in lingua originale è stato pubblicato dall’European Energy Review sull’edizione speciale di giugno 2008 (www.europeanenergyreview.eu)

Hughes Belin

Forse nessun altro autore o pensatore ha avuto più influenza sull’ambiziosa politica climatica ed energetica europea del celebre «visionario» americano Jeremy Rifkin. Per molti anni ha fatto pressione sul Parlamento Europeo e sulle successive presidenze europee, inclusa quella della tedesca Angela Merkel, perché riconoscessero la necessità di quella che lui definisce la «terza rivoluzione industriale». L’anno scorso le sue idee sono sfociate nella dichiarazione del Parlamento Europeo che fa appello a una terza rivoluzione industriale, e nell’Energy Vision Paper presentato lo scorso novembre alla riunione del Consiglio Europeo insieme al Piano Strategico per la Tecnologia Energetica (SET) della Commissione Europea. Attualmente è consulente del nuovo governo spagnolo.
La «European Energy Review» ha avuto una lunga e intensa conversazione con l’americano divenuto un paladino del «sogno europeo».

Qual è secondo lei la questione centrale che i responsabili delle politiche energetiche devono affrontare?
Quando Angela Merkel è diventata cancelliere mi ha invitato a Berlino per discutere sul tema «come far crescere l’economia tedesca nel XXI secolo?» La prima domanda che le ho posto è stata «come far crescere l’economia tedesca, o l’economia europea, o anche l’economia mondiale, durante gli ultimi stadi di un’era energetica?» È questa la questione centrale, non solo per il business e per la politica, ma per la razza umana. Ormai è evidente che ci troviamo al tramonto di un grande regime energetico basato sul carbone, il petrolio, il gas naturale e l’uranio. E abbiamo quattro gravi problemi: il mutamento climatico; il crescente indebitamento, soprattutto nelle nazioni in via di sviluppo dove il prezzo del petrolio e del gas continua ad avere enormi sbalzi; la crescente instabilità politica nei paesi produttori di petrolio del Golfo Persico; e il picco del petrolio.

Cominciamo dal primo problema, il mutamento climatico.
Non credo che abbiamo afferrato il problema in tutta la sua enormità. Parlo dei governi, dei capi di stato di cui sono consulente, degli amministratori delegati delle grandi aziende, e dell’opinione pubblica. Quando a gennaio è uscito il quarto rapporto del Pannello Intergovernativo sul Mutamento Climatico (IPCC), la cosa più evidente è stata che tutti avevano sottovalutato la rapidità del mutamento climatico, perché non eravamo stati in grado di prevedere i sottili effetti di retroazione. I nuovi dati mostrano che il permafrost si sta sciogliendo. L’intero continente artico-siberiano è coperto dal permafrost. È un terreno di sepoltura di tutti i depositi di carbonio che risalgono a prima dell’Era Glaciale. Ciò che non avevamo previsto è che il carbonio racchiuso nel permafrost finendo nell’acqua si trasforma in metano, 22 volte più potente del carbonio. E i depositi di carbonio di un precedente periodo della storia racchiusi in quel terreno di sepoltura sono più di tutte le foreste pluviali del mondo. È un rilascio catastrofico. E sta accadendo.

Quali saranno le conseguenze?
Un recente rapporto di James Hansen, climatologo capo del NASA-Goddard Space Institute, e di altri sostiene che se non scendiamo a 350 parti di carbonio per milione vedremo la fine della civiltà come la conosciamo, forse nel giro di un secolo. Sostiene che, se anche raggiungessimo gli obbiettivi che l’Unione Europea al momento intende raggiungere, potremmo avere un aumento di 6 gradi centigradi nel corso di questo secolo. È una prospettiva disastrosa. Per capirci, un aumento di 3 gradi ci riporterebbe alla temperatura che c’era sulla terra tre milioni di anni fa. Con un aumento fra due e tre gradi rischiamo che in meno di un secolo si estinguano da un terzo al 70 % delle specie. In 450 milioni di anni abbiamo avuto solo cinque ondate di estinzione biologica su questo pianeta. E ogni volta ci abbiamo messo 10 milioni di anni per recuperare la biodiversità perduta. Insomma, non mi sembra che stiamo afferrando l’enormità di tutto questo. Altrimenti avremmo un’emergenza globale e ci comporteremmo in modo molto diverso da quanto si faccia ora anche fra le persone più illuminate.

Ed è solo uno dei quattro motivi di grande preoccupazione da lei richiamati. Il picco del petrolio?
Come lei sa, picco del petrolio è un’espressione della geologia petrolifera che indica il momento in cui la metà del petrolio disponibile si è esaurita. Gli ottimisti dicono che questo picco si avrà fra il 2025 e il 2030, i pessimisti fra il 2010 e il 2020. Alcuni sostengono invece che il picco lo abbiamo già superato. Non so chi abbia ragione, ma non fa differenza: fra le previsioni degli ottimisti e quelle dei pessimisti c’è uno scarto di soli dieci o quindici anni. È un tempo utile minimo per cambiare l’intero regime energetico, l’intera infrastruttura costruita su di esso e i beni e i servizi connessi. Una volta consumata la metà del petrolio disponibile, i prezzi diventano semplicemente insostenibili: è la fine. Tornando al cancelliere Merkel, è per questo che la vera domanda dev’essere «come far crescere un’economia alla fine di un era energetica?» In un tale contesto, la diagnosi scientifica è molto cupa. Nick Stern ci ha avvisato: sarebbe meglio che la comunità del business prestasse orecchio a questa diagnosi.

Dunque cosa possiamo fare?
Ciò di cui abbiamo bisogno è un piano strategico economico in grado di affrontare l’enormità del mutamento climatico e dell’avvicinarsi del picco del petrolio. Nella storia, le grandi rivoluzioni economiche accadono in presenza di due condizioni. Primo, un cambiamento radicale nel modo in cui le persone traggono energia da questo pianeta. Secondo, un cambiamento radicale nel modo in cui le persone comunicano per organizzare nuovi regimi energetici. La convergenza di rivoluzioni energetiche e rivoluzioni nelle comunicazioni crea i veri punti di svolta nella storia. Ovunque nel corso della storia si sia sviluppata una civiltà idraulica, i popoli hanno anche inventato, in modo indipendente, la scrittura: il Medio Oriente, la Cina, l’India, il Messico e in Perù il sistema di nodi che adesso si sta ricostruendo. Agli albori dell’era moderna, la rivoluzione della stampa ha coinciso con il carbone, il vapore e la ferrovia creando la prima rivoluzione industriale fra il 1820 e il 1880. Ai primi del XX secolo, il telegrafo e il telefono hanno coinciso con il petrolio e il motore a combustione interna dando origine a una seconda rivoluzione industriale. Perciò adesso ritengo che ci troviamo all’apice di una terza rivoluzione industriale. Non sono sicuro che riusciremo a varcare la soglia in tempo, ma non credo che esista un piano alternativo.

Su cosa si fonderebbe la terza rivoluzione industriale?
Negli ultimi quindici anni abbiamo assistito a un’enorme rivoluzione delle comunicazioni, e ora abbiamo quella che definiamo una comunicazione «distribuita». Tutti nel mondo possono comunicare con tutti con qualunque proporzione: uno a uno, uno a molti, molti a molti. Adesso cominciamo a veder coincidere questa rivoluzione della comunicazione distribuita con un nuovo regime energetico.

Intende «distribuita» come nell’espressione energie distribuite? Perché il termine «distribuita» attualmente è usato in modo alquanto vago.
Sì, è l’opposto delle fonti energetiche d’élite. Le fonti energetiche d’élite non si trovano in cortile; è difficile che in cortile uno abbia carbone, petrolio, gas e uranio. Si trovano solo in certe regioni del mondo e richiedono un enorme investimento politico, militare ed economico. E sono sempre organizzate dall’alto in basso: sono centralizzate. Invece le energie distribuite si trovano in cortile: il sole, il vento, la spazzatura, i residui dell’agricoltura e delle foreste, le onde oceaniche e le maree sulle coste – e la maggior parte delle popolazioni urbane vivono sulle coste – l’energia biotermale, idrica, delle geomasse; queste sono tutte fonti energetiche distribuite.

Come si fa a raccogliere questa energie sparse in tutto il mondo?
Attualmente i grossi parchi solari sul continente e i parchi eolici sull’Atlantico impiegano lo stesso approccio centralizzato utilizzato per l’energia nella seconda rivoluzione industriale. Non ho nulla da ridire sul tempo breve. A volte sono più facili da controllare e fanno risparmiare tempo. Ma è impensabile basare l’intera economia su energie rinnovabili centralizzate. Bisogna partire dal fatto che le energie rinnovabili si trovano ovunque, ed è qui che entra in gioco il secondo pilastro della terza rivoluzione industriale: gli edifici e le infrastrutture. Dobbiamo immaginare ogni edificio come una centrale energetica. Pannelli solari, turbine eoliche, la spazzatura trasformata in energia sul posto, residui agricoli e delle foreste, onde oceaniche e maree sulle coste, energica idrica e geotermica. La Acciona in Spagna e la Bouygues in Francia stanno costruendo edifici che accumulano sul posto energia locale rinnovabile e producono energia in sovrappiù. L’industria edile è il pezzo forte dell’economia europea: rappresenta dal 10 al 20% del PIL europeo e fornisce il 10% dei posti di lavoro.

E come si può immagazzinare questa energia?
Questo è il terzo pilastro. Qui entra in gioco l’idrogeno come trasportatore e accumulatore universale. Potremmo usare altri metodi di stoccaccio per casi particolari, ma l’idrogeno sarà il trasportatore universale. Può trasportare e immagazzinare energia rinnovabile, un po’ come i media che vengono immagazzinati in forma elettronica binaria e poi riconvertiti in altre forme di media. Ci sono degli sprechi, ma questa è una legge della termodinamica. Con le energie centralizzate gli sprechi sono enormi. Con alcune forme di energia rinnovabile si può anche ottenere direttamente idrogeno: con le biomasse non è necessaria l’elettrolisi.

Qual è il quarto pilastro?
È il collegamento fra rivoluzione delle comunicazioni e rivoluzione energetica. Come distribuire quest’energia in tutta l’Unione Europea e oltre? Prendiamo la stessa tecnologia che abbiamo usato per creare Internet e rendiamo la rete energetica europea intelligente e distribuita, proprio come Internet. Io la chiamo «intergrid». Alcuni la chiamano «smart grid» e alcuni la chiamano «rete di distribuzione intelligente». Così, quando milioni e milioni di edifici produrranno la propria energia generata localmente e immagazzinata in forma di idrogeno nello stesso modo in cui immagazziniamo i dati in forma digitale, la rete intelligente ci permetterà di condividere una liquidità energetica per l’intera economia europea e delle regioni associate. È l’energia al popolo, il potere al popolo. È la terza rivoluzione industriale.

È fantascienza!
No, è cruciale, e risponde alla domanda che mi fanno sempre i capi di stato e gli amministratori delegati delle grandi aziende: «Come si fa ad alimentare il mondo intero con i mulini a vento? E i pannelli solari, la spazzatura, i residui dell’agricoltura e delle foreste, le onde e le maree, l’energia idrica e geotermica?» Sette anni fa non avremmo saputo rispondere. Adesso la risposta la conosciamo, perché negli ultimi sette anni abbiamo avuto una nuova rivoluzione della tecnologia informatica: la grid technology. Adesso siamo in grado di collegare decine di migliaia di personal computer. E quando li colleghiamo, il potere di calcolo distribuito che collega queste decine di migliaia di personal computer eccede di un ordine di grandezza qualunque potere di calcolo che si possa ottenere dai più costosi supercomputer centralizzati in qualunque luogo del mondo. È questo il valore dell’energia distribuita. Adesso possiamo farlo con la rete energetica.

Se non è fantascienza, come faremo ad arrivarci?
Credo che sarà il prossimo passo dell’integrazione europea. L’Europa è partita dall’energia: carbone, acciaio ed energia atomica. Quando mi hanno invitato al cinquantesimo anniversario dell’integrazione europea, ho chiesto, come saranno i prossimi cinquant’anni per l’Europa? C’è di nuovo in ballo la sicurezza energetica. Ma questa volta l’Europa guida il mondo verso una terza rivoluzione industriale. L’Europa ha la gallina dalle uova d’oro: 500 milioni di consumatori nel più grosso mercato interno del mondo. Più altre 500 milioni di persone nelle regioni associate del Mediterraneo, del Medio Oriente e dell’Nordafrica. Inoltre avete la valuta più potente del mondo.

È per questo che lei è venuto in Europa a diffondere il suo verbo?
Sì, avevo già passato un sacco di tempo qui, ma nel 2002, dopo aver parlato con Romano Prodi, ho preso la decisione di trascorrere in Europa la metà del mio tempo perché credo che l’UE sia il laboratorio – con tutte le sue pecche, non intendo idealizzare l’Europa – ma l’UE ha un sogno che ritengo compatibile sia con la globalizzazione sia con la terza rivoluzione industriale. E questo sogno è fatto di qualità della vita, sviluppo sostenibile e diritti umani, equilibrio fra lavoro e svago, nonché fra modelli di mercato e modelli sociali, e costruzione della pace. Quello che vi manca è l’integrazione logistica. Se riuscirete a mettere a punto una rete fluida di trasporti e una rete energetica e delle comunicazioni con un regime energetico locale ma interdipendente per tutta l’UE, non solo uscirete dal vecchio regime, ma avrete un modello di sviluppo sostenibile esportabile nel resto del mondo.

Come potrà avvenire questa conversione a un nuovo regime energetico e una nuova logistica? Non certo da un giorno all’altro.
Bisognerà avanzare su due binari contemporaneamente. Le due cose non si escludono. L’anno scorso l’UE si è data un obiettivo del 20-20-20. I primi due 20 (un aumento del 20% nell’efficienza energetica e una diminuzione del 20% nelle emissioni di carbonio) servono a ripulire le energie tradizionali rendendo più efficienti i combustibili fossili e l’uranio e riducendo l’impronta ecologica, ed è il primo binario. Il terzo 20, cioè il secondo binario, è il 20% di energie rinnovabili entro il 2020, il che significa il 35% di elettricità da fonti rinnovabili entro il 2020. È il primo pilastro della terza rivoluzione industriale. Secondo l’IPCC il mondo ha da sette a dieci anni per mettere a punto una tabella di marcia creando un modello globale per il resto del secolo. Dobbiamo essere tutti sulla stessa tabella di marcia, e non possiamo permetterci neanche un errore. Di grossi errori ne stiamo già facendo troppi.

Ad esempio?
Il primo è quello del mais, l’errore del biocarburante. È un errore monumentale compiuto dagli USA, e l’UE farebbe meglio a non seguirli su quella strada. Da anni gli studi di scienziati come David Pimentel dimostrano che l’ammontare di energia necessaria per produrre il mais comporta un beneficio netto pressoché nullo una volta che l’etanolo viene finalmente processato. Ma l’aspetto peggiore è che impone cambiamenti drastici nell’utilizzo dei terreni agricoli. Il prezzo del cibo sale perché la terra coltivabile viene destinata al mais per i biocarburanti. Più terreno coltivabile viene destinato ai biocarburanti, più si ricorre a terreni marginali per produrre i cereali per il cibo e per far pascolare il bestiame, e si ha deforestazione. Il che significa più CO2 nell’atmosfera. Il mais è un fallimento, ma ormai siamo incastrati, e i politici americani sono restii a criticare l’etanolo a base di mais perché temono di perdere voti.

Altri errori?
Vede, ci sono tre grosse cause del mutamento climatico. Un anno fa il governo tedesco mi ha invitato a tenere il discorso inaugurale per la riunione dei ministri dell’ambiente durante il suo turno di presidenza. C’erano 27 ministri. Ho detto, «Lo sapete quali sono le tre principali cause del mutamento climatico?» Secondo lei quali sono?

Energia, bestiame…
Giusto. La prima sono gli edifici, la seconda la produzione di carne e la terza la rete mondiale di trasporti. Il bestiame è responsabile del 9% delle emissioni di CO2 causate dall’uomo, del 65% del protossido di azoto e del 37% del metano. Non c’è stato un solo capo di governo, un solo leader di partito, un solo amministratore delegato che abbia parlato della seconda causa del mutamento climatico globale. Non uno. A quanto mi risulta Rajendra Pachauri, presidente dell’IPCC, è l’unico funzionario pubblico nella comunità scientifica ad averlo detto pubblicamente. Com’è che non stiamo facendo niente per la seconda causa? Ora, affrontare la questione della produzione di carne significa affrontare anche la questione del biocarburante. Un terzo dei cereali del mondo serve a nutrire gli animali. Due terzi a nutrire gli uomini. Nel mondo non c’è altra terra coltivabile. Non possiamo togliere terreno alle coltivazioni di cibo, perché già un miliardo di persone patisce la fame a causa dell’aumento dei prezzi. Quali potremmo eliminare? Quelle per il foraggio. Siamo onnivori, il che significa che in termini evoluzionistici siamo programmati per consumare grandi quantità di frutta e verdura e minime quantità di carne. Perciò quel che dobbiamo fare è scoraggiare la produzione di carne. Se siamo disposti a tassare la benzina, il gas e l’energia, perché non siamo disposti a tassare le coltivazioni di foraggio e la carne?

Si rende conto di diffondere il suo messaggio nel bel mezzo di un «rinascimento nucleare»?
Il nucleare non si affermerà. Io collaboro con alcune delle società energetiche e di servizi più grandi del mondo. Il quadro è questo: nel mondo ci sono 439 centrali nucleari, che producono il 5% dell’energia che usiamo sul pianeta. Tutto qui. Stanno tutte diventando obsolete, sono piuttosto vecchie. Qualcuno pensa di poter rimpiazzare nei prossimi 25 anni le 439 centrali nucleari esistenti? Per avere un effetto sul mutamento climatico l’energia nucleare dovrebbe produrre il 20-25% dell’energia. Per questo sarebbe necessario costruire 2000 centrali nucleari. Significherebbe mettere in conto tre centrali nucleari al mese per i prossimi 60 anni. È matematico. E ancora non sappiamo che fare delle scorie. Negli USA ci sono voluti 18 anni e 8-9 miliardi di dollari per costruire la discarica nucleare di Yucca Mountain, e hanno cominciato a esserci delle falle prima ancora di metterci dentro le scorie. Secondo la International Atomic Energy Commission l’uranio potrebbe cominciare a scarseggiare fra il 2025 e il 2035. Possiamo riciclare l’uranio per fare il plutonio, ma vogliamo davvero riempire il mondo di plutonio nell’era del terrorismo? E poi la cosa principale: veniamo la Francia. È quello che sanno bene tutte le società di servizi: non abbiamo abbastanza acqua per l’energia nucleare. Il 40% circa di tutta l’acqua dolce consumata in Francia serve a raffreddare i reattori nucleari. Ora, quando l’acqua torna indietro surriscaldata, disidrata i laghi e i fiumi già messi a dura prova dalla siccità. A causa del mutamento climatico non abbiamo abbastanza acqua per le centrali nucleari, per irrigare e anche per il consumo umano. Magari costruiranno una cinquantina di centrali nucleari. Non riesco a immaginare che arrivino a farne un centinaio. Di sicuro non rimpiazzeranno le 439 esistenti. Il risultato è sempre quel 5%, se non meno, del contributo energetico globale.

Cosa ne pensa del sequestro del carbonio?
Ho un team globale che comprende alcuni dei migliori scienziati al mondo, e gli ho chiesto se consideravano economicamente fattibile il sequestro del carbonio. Hanno detto che al momento non lo è. Non esiste alcun modo commercialmente fattibile di sequestrare il carbonio, ed è per questo che il presidente Bush ha investito più di un miliardo di dollari nel sequestro del carbonio. Due mesi fa hanno lasciato perdere l’intero progetto. Il Dipartimento dell’Energia ha detto che non è commercialmente fattibile. Magari a un certo punto diventerà possibile, ma allora la questione sarà dove sequestrare tutta quella CO2. Le placche della Terra sono in continuo movimento, perciò se in un certo momento storico si piazzano grossi volumi di CO2 sottoterra o sotto gli oceani non c’è modo di sapere se in un altro periodo storico saranno ancora al sicuro. Sono fantasticherie, castelli in aria da fine di un’era energetica. Non vogliono guardare in faccia la realtà. Cercano disperatamente di aggrapparsi alle vecchie fonti di energia centralizzate cercando di indurre l’opinione pubblica a credere che tutto va bene e che non abbiamo bisogno di fare grandi cambiamenti nel nostro modo di vivere. Ci trattengono dal fare quel che dovremmo. Io sono convinto del fatto che sia necessario rendere più efficienti le fonti energetiche tradizionali e ridurre la loro impronta ecologica. Ma se ci concentriamo sulle centrali elettriche a carbone nella convinzione che prima o poi troveremo un modo commercialmente fattibile per sequestrare la CO2, non siamo sulla strada giusta per entrare nel prossimo periodo storico. È un errore come il biocarburante a base di mais. Non possiamo premetterci troppi di questi errori. Il tempo utile si restringe ogni anno. Ci restano solo dieci anni.

Cos’ha ottenuto finora dai decision makers dell’EU?
L’anno scorso il parlamento ha approvato una dichiarazione scritta di portata storica che afferma la necessità di una terza rivoluzione industriale. Poi in giugno il primo ministro spagnolo Zapatero, di cui sono consulente, mi ha consigliato di andare dal primo ministro portoghese, Socrates, che sarà il prossimo presidente del Consiglio Europeo. Socrates ha detto: «Durante la mia presidenza coinvolgerò il vostro team globale e lavorerete con noi per stendere un documento programmatico conforme al piano del SET e al piano del Consiglio Europeo per l’energia e il clima». Così il mio team è stato coinvolto insieme ad altri collaboratori. Abbiamo messo insieme un libro bianco di 35 pagine che afferma la necessità di preparare una rivoluzione basata sull’energia distribuita. Un altro documento programmatico… Poi, nel dicembre 2007, abbiamo riunito nell’ufficio del presidente Barroso un gruppo di leader del mondo economico e alcuni dei responsabili delle piattaforme tecnologiche europee, e abbiamo detto loro: «Sentite, adesso abbiamo bisogno delle piattaforme tecnologiche». Sono 26, e si presume che saranno i motori economici e di ricerca e sviluppo della futura economia europea. Abbiamo individuato 12 piattaforme essenziali per preparare l’infrastruttura per una terza rivoluzione industriale e abbiamo chiesto ai loro direttori: «Lavorereste insieme?» Così abbiamo messo in piedi una rete, una piattaforma intertecnologica in vista di una terza rivoluzione industriale, che può cominciate a interfacciarsi. Dev’essere interdisciplinare in modo da poter preparare una tabella di marcia sull’energia e il mutamento climatico. Ho passato un po’ di tempo con molti commissari europei, dicendo loro che abbiamo bisogno di un resoconto sintetico che comprenda tutti i componenti delle iniziative legislative della Commissione e tutti i mandati del Consiglio. Per ora non esiste alcuna tabella di marcia, ma quando sarà stato steso un resoconto, come ho fatto io con gli amministratori delegati, allora potranno cominciare a orientarsi nelle loro partnership strategiche e a capire come procedere. Sono anche consulente della presidenza slovena. Vedremo cosa succederà alla riunione del Consiglio Europeo a giugno. Sappiamo di dover passare alle energie rinnovabili. Adesso possiamo farlo. Possiamo davvero creare edifici in grado di produrre più energia di quella che consumano. Poi dobbiamo immagazzinare l’energia sotto forma di idrogeno per usarla come carburante o per riconvertirla in elettricità da distribuire attraverso le reti intelligenti. E allora potremo creare sempre più energia distribuita e sempre meno energia centralizzata – non è fantascienza.

BOX
Jeremy Rifkin, nato nel 1945 a Denver, Colorado, ha scritto 17 libri negli ultimi trent’anni, fra cui Economia all’idrogeno (2002; Mondadori, 2003) e Il sogno europeo. Come l’Europa ha creato una nuova visione del futuro che sta lentamente eclissando il sogno americano (2004; Mondadori, 2005). È presidente della Foundation of Economic Trends (FOET), il cui team per lo sviluppo sostenibile è consulente di governi in tutto il mondo. Negli ultimi tempi Rifkin è stato consulente dei governi sloveno, portoghese e tedesco nei periodi in cui avevano la presidenza dell’EU. Ha anche avuto un ruolo chiave nella costruzione di una rete ufficiale di 12 piattaforme tecnologiche europee riunite in un’unica «superpiattaforma» che mira a «integrare le diverse iniziative scientifiche e tecnologiche in un coerente piano complessivo che possa avviare una terza rivoluzione industriale».
Ulteriori informazioni su www.foet.org

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