DANIEL GONZALEZ

Argentina

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Non ha ancora quarant’anni eppure nella sua vita è stato un chimico, un fashion designer, uno stilista, un tennista professionista, un promoter di feste e un artista. Daniel Gonzalez, che oggi vive e lavora a berlino e rifiuta qualsiasi categoria, è nato a Buenos Aires nel 1968; da allora, non si è fermato un attimo.

Ha trascorso i pomeriggi della sua infanzia nella capitale argentina, in un cinema di b-movies, dove il nonno “Jesus” lavorava come proiezionista e gli faceva da baby sitter. Viveva nella zona sud di Buenos Aires «una sorta di Manchester – spiega Gonzalez – abitata da veri duri, vandali. Giocavo a calcio con i ragazzi delle favelas, portavo gli zoccoli, i capelli lunghi con le trecce, ero uno stravagante e vivevo con serenità anche la mia parte femminile, insomma non ero il tipico macho e avevo la fama di omosessuale. Alcuni miei coetanei mi davano del maricón (omosessuale nel gergo spagnolo, n.d.r), però allo stesso mi vedevano uscire con le ragazze e questo li irritava ancora di più… io mi difendevo e insomma, ogni giorno erano risse». Ecco allora che l’amato rifugio tra le poltrone scure del cinema, diventa luogo in cui scoprire che uno spaghetti western, il regista Polanski e una commedia di Lando Buzzanca «vivevano a due ore di distanza». Stare a guardare, però, non fa per lui.

Negli anni Ottanta, ai tempi del regime, inizia a studiare chimica. Ma non dura. E decide di creare «Pisquit Sunwear» una linea di abbigliamento ad edizione limitata. I negozi che fonda sono tre, sparsi fra Buenos Aires e Mar de la Plata, il tessuto dei vecchi materassi prende le forme di jeans nuovi di zecca, la casa del nonno diventa una factory, i compagni di scuola si trasformano nei suoi collaboratori e un gruppo di transessuali indossa i suoi vestiti in un’indimenticabile sfilata in una fabbrica di cemento. Il tutto senza smettere di surfare, andare a scuola in jeep Willys, giocare a tennis da professionista, occuparsi dello styling dei Sumo – leggendaria band punk-reggae argentina – e divorare Nesquik.

La prima volta che avvista l’Italia è sulla prua della nave da crociera Eugenia C salpata 16 giorni prima dal porto di Buenos Aires. Daniel profuma di oceano, ha 12 valige appresso, e solo il biglietto di andata in tasca. Lavora per un po’ a Milano ma lascia tutto per andare a dipingere in un bungalow a Roseto Capospulico in Calabria, nel camping turistico di sua madre, di fronte al mare. Poi va a Roma e un giorno conosce una pr che gli chiede di fare le sue performance al Gilda, storico locale della capitale. Ma non è tutto. Dopo arriva Berlino e il Cross Out Project, dove lavora come producer di feste-eventi visual in un club punk.

Nel frattempo nasce però anche «Clothes Project» e l’esigenza di far incontrare energie performative al limite e la sfavillante sensibilità visiva cresce sempre di più. «Mi ispiravo alla Berlino di 10 anni fa – racconta – molto più trash di ora. Tutti si vestivano con capi di seconda mano con le camicie di poliestere con motivi e colori divertentissimi. Io sono partito riallacciandomi all’esperienza argentina di Pisquit e mi sono lasciato ispirare dalle atmosfere e dal gusto berlinese».

«Apparentemente cross cultural jammer inquieto, in realtà semplicemente artista visivo senza freni – così lo descrive Andrea Lissoni che negli spazi milanesi di Viafarini ha curato la prima personale italiana dell’artista argentino, intitolata appunto “Clothes Project” – Daniel Gonzalez lavora instancabilmente a nuove collezioni di pezzi unici che presenta attraverso performance radicali ed eccentriche. Sono azioni che squattano per un quarto d’ora le convenzioni sociali, politiche e di potere degli spazi, restituendo loro energia comportamentale e visiva pura».

Detto in altri termini, le sue opere sono intrise delle tensioni e delle caratteristiche della città in cui Daniel lavora di volta in volta. «Lavorare in site – spiega l’artista – è come sentire la pelle del luogo e il suo sistema culturale, tradizioni, tabù». Ogni performance mette in gioco il pubblico attraverso le sollecitazioni più disparate, non ultimi gli stereotipi del sistema della moda e i suoi valori: dalla bellezza alla distanza, dal controllo alla corretta comunicazione. «Nel 2004 – racconta – per il progetto PLAY_ground No. I BUY or DIE alla galleria Play di Berlino ho usato la strada come un set automatico, facendo sfilare le ragazze su un tappeto rosso disposto nello spazio pubblico. Ogni elemento circostante è entrato a far parte del contesto della performance, proprio come le ragazze stesse. Naturalmente è arrivata anche la polizia, perché avevamo creato un gran caos».

La ricerca di Gonzalez è la sintesi della metropoli e delle sue grida, dei suoi eccessi, della sua natura rumorosa fatta di territori caotici, impregnata di storie di vita e culture che convergono. Un viaggio attraverso il desiderio e le categorie creando legami sinergici con la musica e la cultura video.

Basti pensare al Chili Moon Town Tour, il suo stravagante progetto realizzato insieme all’artista italiana Anna Galtarossa, dove una città dei sogni in miniatura, galleggiante e itinerante, esotica, glitterata e coloratissima come i suoi vestiti, è partita da Città del Messico e, passando per Los Angeles e New York, è arrivata fino a Milano. «Si tratta di una città/isola – spiega Daniel – caricata di significati, di simboli. E’ una città utopica che pesa 11 tonnellate e galleggia su una base di 70 metri. E’ fatta di grattacieli, grotte delle meraviglie piene di lustrini e paillettes e bottiglie dove poter depositare i propri messaggi o desideri, e si raggiunge con una barchetta. Ogni parte della città è in vendita e si può acquistare anche on line sul nostro sito. Siamo stati d’accordo fin dall’inizio sul tenere i prezzi bassi così ognuno si può aggiudicare un pezzettino della parte che preferisce, per esempio sull’ Anarchic Tower o sulla torre pelosa Red Hairy tower. Trovo sia fantastico poter avere un appartamento in una città che varca le frontiere, libera da qualsiasi costrizione, ricalcando il percorso dei latinos alla ricerca della felicità nel primo mondo. Il progetto è curato da Andrea Lissoni che ha quest’enorme capacita di passare dall’architettura alla musica all’arte e lavora in maniera trasversale con tutte queste categorie. Come me del resto… per questo detesto chi cerca di affibbiarmene uno. Come chi mi dice “tu fai vestiti”, “tu fai performance”, “tu fai quadri”…».

E che cosa dire difronte alla Homeless Rocket with Chandeliers, installazione piazzata nella cittadina post industriale di Lambrate? Una gru per l’edilizia si trasforma in una visione utopica dell’architettura. Ovvero, una monumentale macchina per la costruzione delle case diventa anche una macchina per la produzione dei sogni. Insomma, di giorno lavora e di notte decolla come un missile verso la fantasia più sfrenata.
E se la sua città galleggiante sembra un omaggio agli emigranti, la gru pronta a salpare prende le forme di un omaggio agli homeless.


Web: www.daniel-gonzalez.com | www.chilimoontown.com