Non c’è un unico modo per definire la democrazia: intervista a Rem Koolhaas

Tuesday, May 3, 2011 12:58

Post di Gricelys Rosario

Per leggere l’intervista in inglese clicca qui: There is no one-way to define democracy: An Interview with Rem Koolhaas

Questa è la prima di una serie di interviste raccolte nell’ambito degli incontri organizzati dalla seconda edizione di Biennale Democrazia, svoltasi a Torino dal 13 al 17 aprile 2011 ed organizzata dalla Città di Torino. In questo contesto la Fondazione Ordine Architetti Torino (Fondazione OAT) ha organizzato una conferenza dell’architetto olandese Rem Koolhaas sul tema “Architettura e democrazia”: come si riflette un sistema politico nell’organizzazione della forma urbana? Qual è il ruolo dell’architettura nei confronti dello spazio pubblico?


© Jana Sebestova, photo courtesy of Fondazione OAT

Nel corso della conferenza, tenutasi presso il Teatro Carignano, l’architetto olandese è stato presentato da Manfredo di Robilant: dal profilo delineato da quest’ultimo emerge la multidisciplinarietà attribuita all’architettura da Koolhaas, il quale conferisce alla figura dell’architetto il ruolo di “mediatore tra diverse parti”, dovendo interagire con esperti di discipline differenti ma complementari nel campo della progettazione. Nell’attività pratica di Rem Koolhaas il concetto è stato tradotto nella realizzazione di AMO, controparte di OMA (Office for Metropolitan Architecture), all’interno del quale confluisce un’eterogeneità di saperi, ampliando gli orizzonti dell’architettura.
Rem Koolhaas ha illustrato il complesso rapporto tra democrazia ed architettura mediante una carrellata di immagini, di progetti e non, che hanno rappresentato l’evoluzione del concetto di “potere popolare” degli ultimi novant’anni. “Non tutti i sistemi sono ugualmente democratici”, come afferma lo stesso Koolhaas: non esiste quindi un significato di democrazia univoco, ma l’accezione del concetto deve essere declinata sulla base del contesto in cui questa forma di governo si è affermata.
Nella trattazione dell’architetto ampio spazio è stato dedicato all’economia di mercato, al ruolo sempre più incisivo che riveste anche in campo architettonico.


© Jana Sebestova, photo courtesy of Fondazione OAT

Gricelys Rosario: Questa settimana è stato pubblicato un articolo su Gustavo Zagrebelsky, presidente di Biennale Democrazia, in cui anticipa la sua conferenza di ieri. Egli afferma che la società è basata su tre elementi principali: politica, economia e simbolismo. Ovviamente l’architettura realizza simboli, o, meglio, utilizza i simboli per creare un’identità. Secondo lei gli architetti sono liberi di realizzare un’architettura basata realmente su simboli democratici?

Rem Koolhaas: Non ho ben capito cosa si intenda per “democratico” in questo contesto, cosa vuole dire? Può farmi un esempio?

GR: Quando lei parla delle archistar e menziona Bilbao, sottolinea come questa sia una rappresentazione del suo architetto e di se stessa. Questo esempio di architettura può essere etichettato come “non-democratico” nel senso che non rappresenta i valori delle persone o del luogo in cui è stato costruito.

RK: Questo è un buon esempio. Parliamone. Si tratta di una caso particolare, perché sono stati un architetto ed un direttore di museo americani che, nel centro di una città basca, hanno costruito un museo di arte contemporanea. E certo, è un’espressione dell’economia di mercato, ecc. Tuttavia il risultato è molto complicato. Ma è giusto dire che non sia democratico perché non crea relazioni con la gente?
Innanzitutto, penso che le persone abbiano enormemente beneficiato del museo, perché ha avuto un’influenza positiva sull’economia della città e sul turismo. Penso che il Guggenheim mostri forme d’arte davvero interessanti, che le persone non avrebbero avuto modo di vedere senza il museo, e, senza dubbio, il museo stesso è particolarmente bello. Quindi, anche se si tratta di un simbolo dell’economia di mercato, è anche un capolavoro. Chi sono io per dire se sia giusto o sbagliato? Sento che in questo caso particolare, sia bene sottolineare quanto il risultato sia positivo. Se si possa definire democratico o meno, non lo so, ma ha sicuramente favorito Bilbao e i suoi abitanti.

GR: Quindi, anche con il contributo dell’economia di mercato, c’è ancora la possibilità di avere qualcosa in cambio.

RK: Si, certamente. Ciò che intendo dire in questa conferenza è che non si può non esserne toccati. Non si è possibile rimanere fuori dall’economia di mercato quando invece si è coinvolti. E lo siamo tutti. Ma al suo interno si possono fare sia cose positive che negative. Questi sono i suoi due risvolti.

GR: Il suo progetto “Roadmap 2050: A Practical Guide to a Prosperous, Low-Carbon Europe” è incentrato su una premessa democratica, basata sull’idea che i paesi dell’Europa unita non dovrebbero essere rappresentati dalle loro specificità, ma dalla loro capacità di cooperare mediante la condivisione delle proprie risorse rinnovabili. E’ un modo per alzare gli standard o, in alternativa, un metodo per incentivare un nuovo approccio nella direzione di una coscienza europea maggiormente ambientalista?

RK: Siamo costantemente alla ricerca di metodi per valorizzare la condizione dell’Europa. La questione energetica sembra essere un punto favorevole: da un lato la c’è valorizzazione delle specificità e dall’altro la possibilità di realizzare connessioni. Penso che sia giusto ritenerlo una preoccupazione europea. Consideriamo la situazione attuale come un’utopia, ma siamo consapevoli che sia un’esagerazione, una polemica. In questo modo penso che questo progetto possa avere un senso.

GR: Da programma, uno degli argomenti della sua conferenza era l’influenza dei sistemi politici sulla forma urbana.

RK: Si, lo era davvero!


© Jana Sebestova, photo courtesy of Fondazione OAT

GR: Ho dedotto che non intende prendere una posizione precisa su questo argomento, ma, considerando i recenti eventi del Nord Africa, sembra di vivere una nuova era caratterizzata dalla presa di potere da parte della gente e da una ritrovata coscienza di gruppo. Le persone sembrano consapevoli della rispettabilità dei loro valori quando questi rispecchiano gli stessi valori di un gruppo. Quest’idea di incremento del potere cittadino come può cambiare il rapporto tra gli utenti e la città o l’organizzazione dello spazio pubblico?

RK: Sarei matto a ipotizzare cosa possa succedere. Insisto su questa citazione che ho trovato, secondo cui, considenrando l’intero Medio Oriente, è evidente che nel mondo non vi sia stato un ragionamento di fondo, anche prima dello scoppio della rivoluzione. Questa è rimasta invisibile ai nostri occhi solo perchè non abbiamo voluto vederla.
Non ho idea di cosa stia succedendo, se non che manchi consapevolezza. Lo trovo davvero sconvolgente, ma apparentemente è un metodo efficace per smuovere la situazione. Ero fiducioso che sarebbe successo e sono ancora fiducioso che porterà dei risultati. Ma se ciò implica che vi sia un unico movimento o una scissione in diverse direzioni, non lo so. Penso che nessuno lo possa saperlo.

GR: Grazie per il tempo dedicatoci.

RK: Grazie a lei.

Articolo tradotto da Alessandra Pellicanò

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One Response to “Non c’è un unico modo per definire la democrazia: intervista a Rem Koolhaas”

  1. Marcia Caines says:

    May 3rd, 2011 at %I:%M %p

    Non c’è un unico modo per definire la democrazia: intervista a Rem Koolhaas: http://t.co/9DLma86

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